Ieri, alla quarta edizione del TIC Festival di Terni, ho partecipato alla presentazione del libro Oltre la tecnofobia, un dialogo intenso e ricco di spunti tra Pier Cesare Rivoltella e Stefano Moriggi, moderato da Mario Pireddu.

Una di quelle occasioni in cui non si ascoltano soltanto idee, ma si viene portati a guardare il presente da un’altra prospettiva.

Scassinare il presente

L’espressione “scassinare il presente” descrive bene una postura culturale ed educativa di cui oggi abbiamo profondamente bisogno. Davanti alla tecnologia, la reazione più immediata è spesso difensiva: porta problemi? Vietiamola. I ragazzi ne fanno un uso scorretto? Vietiamola. Ci mette in difficoltà? Teniamola fuori.

Il punto è evitare che la paura diventi l’unica lente con cui osserviamo il presente. Ed è qui che il titolo del libro acquista tutta la sua forza: andare oltre la tecnofobia significa smettere di pensare la tecnologia solo come uno strumento e iniziare a leggerla come fenomeno culturale, umano, storico, educativo.

Durante l’incontro è emerso con chiarezza un concetto fondamentale: ogni epoca ha avuto le sue tecnologie “aumentative”, anche quando oggi non le percepiamo più come tali. Il libro, la scrittura alfabetica sono tecnologie. Eppure nessuno direbbe che il libro, in sé, distrugga la relazione o impoverisca automaticamente il pensiero.

Molte grandi trasformazioni culturali della nostra storia si sono costruite proprio attraverso il rapporto con queste tecnologie.

Le ricerche sulla cognizione incarnata, dalla prospettiva di Merleau-Ponty fino ai lavori di Gallese sui neuroni specchio, ci ricordano che il nostro sé corporeo è il centro attraverso cui elaboriamo ogni esperienza, anche quella digitale.

Non interagiamo con la tecnologia come spettatori astratti: lo facciamo come corpi che agiscono, percepiscono, si relazionano. Il digitale non è uno spazio separato dalla vita, è un ambiente che abitiamo anche fisicamente. Ignorarlo significa perdere una chiave di lettura fondamentale per capire cosa succede davvero quando ragazze e ragazzi interagiscono con gli schermi, con l’intelligenza artificiale, con i mondi virtuali.

Quando una tecnologia viene metabolizzata, smette di apparirci “pericolosa”. Diventa quasi invisibile, entra nel tessuto della cultura. Ma prima di arrivare a quel punto genera resistenze, timori, obiezioni. Lo sappiamo da sempre: basta pensare a Platone, che già metteva in guardia rispetto alla scrittura e ai suoi effetti sulla memoria e sul sapere.

Anche oggi, in forme nuove, tornano obiezioni familiari: i contenuti sono banali, non c’è vera relazione ma solo illusione del dialogo, manca il controllo, si perde profondità.

Molto significativa è stata anche la riflessione intorno alle tre A di Tisseron: Alternanza, Autoregolazione, Accompagnamento.

L’alternanza richiama la necessità di consumi mediali variati, di equilibrio, di pluralità di esperienze. L’autoregolazione invita a uscire da una logica puramente proibitiva per entrare in una logica di empowerment: aiutare bambini e ragazzi a diventare autonomi, capaci di darsi regole, di riconoscere limiti e possibilità. L’accompagnamento, infine, richiama con forza la presenza dell’adulto. Perché il problema, molto spesso, non è il dispositivo in sé, ma l’assenza di una guida educativa capace di commentare, orientare il pensiero, stare dentro l’esperienza insieme ai ragazzi.

Non basta esserci. Non basta neppure condividere superficialmente un’attività. Accompagnare significa trasformare quell’esperienza in occasione di linguaggio, di riflessione, di consapevolezza. Significa esercitare fino in fondo il proprio ruolo educativo.

Il Manifesto dell’Oltretecnofobo

Ho letto il decalogo finale del libro con il mio occhio e mi sono fermata su ogni punto, da docente in una scuola attraversata dall’intelligenza artificiale

“La tecnologia è umana.” L’IA non è qualcosa di estraneo che arriva dall’esterno a minacciare la scuola. È un prodotto umano, culturale, sociale: porta dentro scelte, visioni, limiti, interessi. Demonizzarla non aiuta a comprenderla. Un docente deve fare proprio questo: aiutare gli studenti a capire che dietro ogni strumento ci sono modelli, dati, logiche, intenzioni. L’intelligenza artificiale non è magia. È una costruzione umana, e proprio per questo va letta criticamente.

“Non siamo spettatori, ma agenti.” Spesso l’IA viene raccontata come un destino inevitabile: arriva, cambia tutto, impone le sue regole. Il docente invece non è spettatore del cambiamento, ma una figura chiave che può orientarlo, problematizzarlo, trasformarlo in esperienza educativa. Non si tratta solo di decidere se usare o non usare questi strumenti, ma di chiedersi con quale finalità, con quali criteri, con quali attenzioni.

“Pensare con la tecnologia, non contro di essa.” Non significa aderire in modo ingenuo a tutto ciò che è nuovo. Il docente oggi è chiamato a non difendere meccanicamente pratiche del passato, ma a riprogettare i contesti di apprendimento in modo che il pensiero resti centrale.

“Critica sì, rifiuto no.” È una distinzione fondamentale. Di fronte all’IA la critica è necessaria: ci sono problemi reali, dai bias agli errori, dalla semplificazione alla falsa autorevolezza di certi output. Ma il rifiuto totale rischia di essere una scorciatoia. Vietare senza educare non risolve il problema: spesso lascia ragazze e ragazzi soli davanti a strumenti che continueranno comunque a incontrare fuori dalla scuola. Il compito del docente non è chiudere la porta, ma insegnare a stare dentro la complessità con consapevolezza: verificare, confrontare, dubitare, riconoscere i limiti, fare domande migliori.

“Tecnologia non è solo consumo.” C’è un rischio evidente anche nell’uso dell’IA: ridurla a macchina che produce risposte immediate, testi pronti, immagini, sintesi, soluzioni. La scuola non può fermarsi a questa logica. Gli studenti devono diventare soggetti attivi, capaci di interrogare lo strumento, di modificarne gli esiti, di valutarlo. Il docente ha un compito molto concreto: progettare attività in cui l’IA non sostituisca il pensiero, ma lo provochi, lo allarghi, lo costringa a prendere posizione.

“Il digitale è un ambiente, non una minaccia.” I nostri studenti vivono già immersi in questo ambiente. Non entrano nel digitale: ci abitano. La scuola non può far finta che sia qualcosa di esterno. Il docente oggi non è chiamato solo a trasmettere contenuti, ma anche a rendere leggibile l’ambiente in cui gli studenti vivono e apprendono.

“Non esiste un’unica alfabetizzazione.” Servono nuove alfabetizzazioni: mediale, informazionale, algoritmica, critica. Con l’IA questo significa educare non solo all’uso degli strumenti, ma alla loro interpretazione.

“Il vero pericolo è il determinismo.” Non è la tecnologia a decidere il nostro futuro. Lo decidono le scelte culturali, politiche ed educative che facciamo con essa. Saremo noi, come docenti, a scegliere se fare dell’IA una scorciatoia o un’occasione autentica di riflessione e apprendimento.

“Tecnofobia e tecnolatria sono due facce della stessa medaglia.” Da una parte chi teme l’IA come rovina inevitabile del pensiero. Dall’altra chi la esalta come soluzione automatica a tutti i problemi della scuola. Il docente è chiamato a stare nello spazio più complesso: non idolatrare, non demonizzare, ma studiare, osservare, sperimentare, valutare.

“Il futuro è da scrivere, non da temere.” Un futuro che si costruisce dentro il presente. Il ruolo del docente è accompagnare il cambiamento per comprenderlo e abitarlo in modo umano, critico, responsabile. Anche di fronte all’intelligenza artificiale, il nostro compito resta questo: non cedere né alla paura né all’entusiasmo facile, but mantenere viva la capacità di pensare, di orientare, di dare senso.

Conclusioni

Alla luce di questo decalogo, il docente si trasforma in una figura necessaria: mediatore culturale, guida critica, progettista di contesti, presenza educativa capace di aiutare gli studenti a non subire il presente, ma a leggerlo e trasformarlo.

Oggi, mentre il Ministero investe nella formazione dei docenti sull’intelligenza artificiale, la domanda più importante non è quali strumenti usare, ma come progettare esperienze che restituiscano senso e possano scassinare il presente.

Non per rincorrere ogni novità. Non per difendersi da tutto ciò che cambia, ma per imparare, davvero, ad abitarlo in modo autentico.

Un ringraziamento ai tre protagonisti del piacevole pomeriggio, Stefano Moriggi, Piercesare Rivoltella e Mario Pireddu per gli spunti di riflessione.


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